La Teriaca, il più antico dei farmaci antivipera

 

 

Siccome “morso di vipera” non significa “avvelenamento da morso di vipera”, la terapia sarà orientata al trattamento del paziente (sintomi e alterazioni ematochimiche) e non del veleno.
Generalmente sono sufficienti antibiotici e disinfezione della lesione, ma se i sintomi s’aggravano occorrerà ampliare la terapia.
La somministrazione del siero è indicata solo se il paziente diventa gravemente sintomatico, nei casi in cui compaiono alterazioni dei parametri emocoagulativi, ipotensione grave o shock con edema imponente dell’arto coinvolto.
Il siero deve essere somministrato in infusione endovenosa lenta, diluito in 100-250 ml di fisiologica; si sottolinea che il sito di inoculazione del veleno è raggiunto in 2 ore dall’ 1,4-6% del siero se somministrato per via intramuscolare o sottocutanea, dall’85% se somministrato per via endovenosa.
Solo per il 10-20% dei pazienti con morso di vipera accertato o sospetto si rende necessaria la somministrazione di siero.
In Europa viene stimata una mortalità maggiore causata da una non corretta somministrazione del siero che non per il veleno iniettato dalla vipera. Il siero antivipera deve essere conservato in frigorifero ad una temperatura compresa tra +2 e +6 gradi e può essere asportato e trasportato solo per poche ore, poi si deteriora rischiando di creare gravissimi disturbi se iniettato (quindi non può stare in uno zaino per ore, esposto al sole). In generale questo antidoto può provocare manifestazioni allergiche che possono portare ad uno shock anafilattico e anche alla morte del paziente, inoltre se iniettato in vena troppo velocemente può provocare un collasso.
Da qualche anno sono disponibili farmaci ben tollerati, costituiti da frammenti anticorpali specifici, quali il ViperaTab (frammento Fab d’origine ovina). Con il loro impiego il rischio di anafilassi è praticamente nullo, ma potrebbero risultare inefficaci perchè sono diretti verso il veleno di una sola specie di vipera (V. Berus) delle quattro presenti in Italia.
Nei secoli scorsi, quando non erano ancora stati inventati antibiotici e sieri immuni, l’avvelenamento da morso di vipera era un problema serio, ma non irrisolvibile. Esisteva infatti un farmaco capace di agire efficacemente come antitodo per vari veleni.
Sospesa tra storia e leggenda alchemica, la Teriaca era una miscela di sostanze che, dal 200 a.C. al 1906 è stata adoperata in medicina per la cura dei morsi di vipera e di molte malattie.
La sua origine è antichissima e viene fatta risalire almeno al 3° secolo avanti Cristo, quando ad Alessandria e in tutto l’Egitto veniva usato come antiveleno e definito con il nome derivato dal greco thériakè (antidoto).
Sembra che la prima formulazione, circa trenta componenti di origine animale, sia stata realizzata dal medico Crautea su richiesta del re del Ponto Mitridate VI. Il sovrano, iranico ma di cultura greca, il cui nome significa “concesso da Mithra”, viveva tra continui intrighi e complotti di palazzo con la continua paura di morire avvelenato come era accaduto al padre. Il medico di corte portò a termine il suo compito nel migliore dei modi. Il re utilizzò quotidianamente il rimedio fino ad immunizzarsi al punto che, quando cercò di suicidarsi avvelenandosi, per non cadere nelle mani del nemico, non ci riuscì.
Secondo alcuni Crautea non avrebbe inventato nulla, ma solo copiato integralmente la formula di un altro medico, Nicandro da Colofone, che a Pergamo, nella prima metà del secondo secolo a.C. aveva scritto un’opera in versi chiamata “Theriaca” nella quale elencava circa cento piante ed erbe utili contro il morso dei serpenti. La formula fu ritrovata e rivista da Andromaco il Vecchio, il medico di Nerone, che aggiunse agli originali nuovi elementi, tra cui la carne di vipera, che si riteneva capace di annullare l’effetto di qualsiasi veleno. In seguito il medico di Traiano Critone, e poi altri medici e farmacisti arricchiranno sempre di più la formula del composto che, da antitodo per vari veleni, diviene un farmaco dalle molteplici indicazioni. Il padre della medicina, Galeno (129-201 d.C.) ne descrive con entusiasmo l’efficacia e fa l’elenco degli ingredienti divenuti sessantadue. Altre modifiche saranno apportate da Avicenna, medico e filosofo persiano, fino a raggiungere nelle formulazioni della farmacopea spagnola del XVI secolo il numero di settantaquattro componenti.
Le più importanti farmacie e i più grandi ospedali italiani produrranno la Teriaca, da Venezia a Napoli, seguendo una procedura che regolamentava e unificava le varie fasi della fabbricazione e della distribuzione in tutta la penisola.
Nonostante i dubbi sulla sua efficacia, che già alla fine del 1700 cominciavano a farsi sempre più consistenti, la Teriaca fu ancora fabbricata e adoperata in molti Paesi europei fino ai primi anni del Novecento. Nel 1904 il “Bulletin Général de Thérapeutique” affermava che la medicina “è dotata di virtù antisettiche e diuretiche”, e a Napoli veniva ancora prescritta e adoperata nel 1906, venendo distribuita dall’Ospedale degli “Incurabili”, nella cui Farmacia Storica è ancora conservato il vaso che la conteneva.
Non c’è accordo sul perchè funzionasse. Forse per un effetto placebo o forse grazie all’oppio che conteneva, anche se in concentrazioni irrisorie. Quello che è certo è che per duemila anni e più è stata adoperata con successo. Veniva prescritta ed acquistata, da ricchi e poveri, nonostante il costo elevato, anche in anni in cui non esisteva il rimborso della mutua e in periodi nei quali l’illuminismo aveva esaltato il metodo scientifico annientando la superstizione e la stregoneria.
Da quanto abbiamo visto appare chiaro che la miglior cura resta sempre la prevenzione e che, dovendo adoperare farmaci e sieri è l’uomo (e i suoi sintomi) la misura di tutte le cose (Protagora, 481 – 411 a.C. ), quindi: “Primum Non Nocere”.

raffaeleiandoli.ilponte@gmail.com

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