Il lavoro che vogliamo

 

 

“Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”, sarà questo il tema sul quale i cattolici italiani proveranno a riflettere, dal 26 al 29 ottobre, a Cagliari, in occasione della 48esima Settimana Sociale. Una questione importante e decisiva per la vita delle nostre comunità, un tema che tocca i singoli individui (come lavoratori o come aspiranti tali) e che investe tutta la società; un’idea che prende spunto dalle parole del Papa:“ Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale l’essere umano esprime ed accresce la dignità della propria vita” (E.G. n. 192).
Tutte le Diocesi sono impegnate, da mesi, a riflettere ed a discutere per avanzare proposte da presentare alla Politica, alla Finanza ed alle Imprese italiane.
L’approccio, per noi cattolici, non può che partire dal Magistero e dai valori della Dottrina Sociale. San Giovanni Paolo II ribadiva con forza che “Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto…” sicché “…per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro” (Laborem exercens, n.6) e Papa Francesco, riflettendo sul dramma della disoccupazione, ha aggiunto: ”Grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in sé stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” (Evangelii Gaudium, n. 53).
Per questo, è opportuno provare a ragionare partendo, soprattutto, dal “soggetto” principale del lavoro, la persona umana che, come tale, vale molto di più degli altri fattori che concorrono al sistema produttivo: i mezzi, il denaro ed il prodotto!
Quindi, ogni, sia pur sintetica, analisi non può non tener conto della distinzione tra i soggetti che un lavoro ce l’hanno e quelli che invece sono in attesa di trovarlo. I primi, perché spesso sono alle prese con le difficoltà che l’organizzazione del lavoro  impone (raramente il loro lavoro è, veramente, libero, creativo e partecipativo). I secondi (e tra questi soprattutto i giovani) perché vivono il dramma dell’attesa di un lavoro che non c’è e che probabilmente non arriverà mai. I primi sono in uno stato di tensione e di paura, perché la loro vita è come se fosse appesa ad un “chiodo messo male”: ogni segnale di cambiamento e di innovazione è visto come un pericolo per la stabilità del loro lavoro! I secondi, perché spesso si sono stancati di cercare, sicché si trovano nella drammatica condizione di chi non ha veramente nulla, nemmeno il diritto (o la speranza) di avere qualcosa da fare. Per costoro, la vita è come se fosse “in pausa”: mentre aspettano, immaginano un futuro incerto, perché hanno già sperimentato tutte le difficoltà che la recente crisi economica ha riservato alle loro speranze.
Un altro metodo utile, per avanzare proposte concrete ed efficaci, potrebbe essere quello di distinguere le soluzioni (e le proposte) a seconda del “tempo” al quale sono destinate: il  presente o il futuro più o meno prossimo! Perché, da un lato, è assolutamente urgente “inventare” delle soluzioni immediate per sconfiggere (o almeno ridurre) la disoccupazione (quella giovanile prima di tutto) e, dall’altro, è bene apprestare tutti gli strumenti necessari per affrontare la rivoluzione tecnologica che sta già investendo la nostra società (quella che gli esperti chiamano: Industria 4.0 e/o Economia digitale). Subito, interventi mirati per favorire la crescita e l’occupazione (incentivando le assunzioni con sgravi fiscali e con penalizzazioni per quelli che, dopo aver goduto i benefici, decidono di licenziare i lavoratori appena assunti) e soprattutto investimenti pubblici in tutti i settori che possono creare nuova occupazione. Con la consapevolezza che il mercato, da solo, non basta: perché spesso segue regole contrarie alla “solidarietà” ed alla “partecipazione” o si propone obbiettivi che privilegiano il profitto rispetto alla “libertà ed alla creatività” del lavoro!
Quindi è indispensabile che le Istituzioni siano anche in grado di cogliere le opportunità che l’innovazione tecnologica porterà nel mondo del lavoro. Perché se è vero che probabilmente si perderanno alcuni milioni di vecchi posti di lavoro (la robotica e l’informatica “rottameranno” tante figure di lavoratori), è altrettanto certo che la nuova struttura del lavoro potrà creare molti, altri, posti di lavori. Certamente, nei settori  della formazione e qualificazione dei lavoratori (i non nativi digitali), dell’invenzione di nuove professionalità e di una nuova imprenditorialità, con l’arricchimento di settori (turismo, agricoltura, servizi e welfare) verso i quali si dovranno approntare proposte innovative in grado di soddisfare una domanda crescente e qualificata.
C’è, purtroppo, il rischio che la classe dirigente possa riproporre soluzioni sbagliate  (come, ad esempio, Garanzia Giovani o la “contestata” Scuola-Lavoro) che si sono dimostrate insufficienti e senza prospettive (una mancia per giovani parcheggiati a non imparare niente), che sono servite a fare clientelismo e non formazione vera. Così come c’è la possibilità che le risorse a disposizione siano insufficienti: “una goccia” nel mare dei bisogni delle persone.
Perciò, la sfida che attende i cattolici italiani è importante. E’ un’opportunità che non dovrà essere tradita da discorsi vuoti ed inutilmente  professorali! Si dovrà lavorare ad una nuova mentalità per formulare proposte capaci di mutare il corso delle cose: una “rivoluzione ragionata”, che scelga una visione cristiana del futuro e che riporti la persona umana e la sua dignità al centro di tutto. Per sconfiggere gli egoismi e le scelte del libero mercato che hanno dettato l’agenda economica di questi ultimi dieci anni, distruggendo quel poco (o tanto) di solidarietà che la cultura cattolica era riuscita ad iniettare nella società contemporanea! Dovremo pregare per questo!

  michelecriscuoli.ilponte@gmail.com

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