ISOCHIMICA, LA FABBRICA NERA

 

Sembra impossibile, eppure il processo ISOCHIMICA rischia di essere “celebrato” lontano da Avellino e dall’Irpinia, i luoghi che hanno subito gli effetti devastanti dell’inquinamento per gli scarti ottenuti dalla lavorazione dei vagoni ferroviari. Se non dovessero sopraggiungere nuovi elementi, si scriverà un altro capitolo di quel libro della vergogna che annovera l’industrializzazione nel dopo terremoto. Se nel 1980 il sisma mise in ginocchio l’Irpinia, a stendere gli abitanti ci ha pensato la politica, avallando scelte di costruire industrie che altrove non avrebbero avuto porte aperte: insediamenti velenosi, con procedimenti di lavorazione altamente inquinanti per l’aria, il suolo e per ogni forma di vita.
L’aumento di severe patologie cliniche nella popolazione avrebbe dovuto spingere le autorità preposte, già alcuni anni fa, ad intervenire per porre rimedio attraverso operazioni di bonifica e di riconversione dei siti industriali. Erroneamente si continua a far passare altro tempo, addirittura ipotizzando lo spostamento in altra città della sede del processo: così sarà più facile non individuare le responsabilità; resterà, invece, impossibile cancellare le ferite di un territorio ripetutamente martoriato. Se le Istituzioni mostrano evidenti difficoltà cresce, invece, l’impegno dei cittadini attraverso organismi vari, tra questi ricordiamo in particolare Mo Basta, Salviamo la Valle del Sabato, il Comitato LAUDATO SI’, e l’Associazione LIBERA. Tutti insieme e uniti per chiedere di liberare il territorio dai veleni e far conoscere all’opinione pubblica, con l’ausilio dei Media, quanto sia vasta l’area inquinata: non c’è, infatti, solo Pianodardine, ma l’intero comprensorio della Valle del Sabato; i veleni hanno, purtroppo, esteso negli anni il proprio raggio, investendo il Capoluogo e i Comuni limitrofi.
M.B.

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